Some Girl(s)

Some Girl(s)

di
Neil LaBute

con
Gabriele Russo

Martina Galletta
Laura Graziosi
Bianca Nappi
Roberta Spagnuolo

scene
Luigi Ferrigno

costumi
AnnaPaola Brancia D'Apricena


regia
Marcello Cotugno



produzione
Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini



Dopo il successo di pubblico e critica della scorsa stagione, Some Girl(s) ritorna al Piccolo Bellini nella messinscena di Marcello Cotugno. Definito semplicemente un «successo» da Masolino d'Amico, che ne ha sottolineato la regia impeccabile oltre che la «vivacità degli scambi, il brio degli interpreti e l'indovinata scenografia geometrica», questo spettacolo è l'occasione per conoscere uno degli autori più apprezzati della drammaturgia contemporanea. E per farlo attraverso una messinscena originale, che accompagna lo spettatore anche fuori dal teatro, dove Guy incontrerà una quinta ex, Reggie, in un video girato in una quinta stanza, ancora una volta sotto gli occhi del pubblico, che riceverà il link per visualizzarlo al momento dell'ingresso in sala.

Neil Labute è uno dei più apprezzati drammaturghi statunitensi, raffinato osservatore della realtà e delle dinamiche relazionali, riesce  a raccontarci sentimenti, debolezze e nevrosi contemporanee con un registro caratterizzato dal ritmo brioso che va avanti a colpi di dialoghi intrisi di ironia tagliente e umorismo arguto. Ci affezioniamo, così, ai suoi personaggi, dei quali riesce a trasmetterci i tratti psicologici mediante una narrazione puntuale ma lieve dei loro gesti quotidiani e dei loro rapporti interpersonali. 

Some girl(s) è una pièce del 2005, che è già uscita da confini del teatro: diventata, infatti, un film nel 2013 tratta di Guy - per l'appunto, un Ragazzo - che decide, prima di sposarsi, di mettere a posto, come ci dice lo stesso autore, «il casino che ha combinato nella sua vita sentimentale lungo la strada verso la propria maturità». La sua idea è di incontrare, durante un viaggio che lo porterà in 4 stanze d'albergo di altrettante città statunitensi, le ex più importanti della sua vita (dalla fidanzatina del Liceo al suo ultimo grande amore...) per chiarire gli inevitabili "non detti" che accompagnano i fallimenti delle relazioni sentimentali, e poter affrontare il matrimonio dopo essersi riguadagnato, con dei confronti “sinceri”, una sorta di "verginità sentimentale". Con un andamento leggero e coinvolgente, assistiamo alle acrobazie verbali di Guy che, che pur tentando di improvvisare con ciascuna delle sue ex un sé stesso diverso da quello che era, indaga senza ascoltare, in perenne bilico tra una superficiale vanità - il vero motore che lo spinge in questa surreale impresa - e il sincero ma egoistico tentativo di lavarsi la coscienza. 
Un testo brioso e situazioni intrise di paradossale realismo ci accompagnano fino al finale a sorpresa, che ci svela in maniera inequivocabile la natura di questo Ragazzo, che si rivela allo spettatore, il cui occhio è presente in tutte le stanze, ancora drammaticamente uguale all'"adultescente" che, probabilmente, rimarrà per tutta la vita. Un figlio della nostra instabile contemporaneità, che riusciamo a conoscere a fondo ma non riusciamo a condannare, perché è talmente credibile, nella sua goffa unicità, da contenere un pezzetto di ognuno di noi.   



Note di regia 
Guy è il tragicomico ritratto, in bilico tra Rohmer e Voltaire, di un uomo-bambino: un adultescente che barcolla tra paura di impegnarsi, senso di colpa e una spietata ambizione che lo spinge, un po’ per cinismo un po’ per incoscienza, a consumare e manipolare le donne della sua vita.
Simpaticamente sconfitto su tutti i fronti, alla fine sarà capace di rialzarsi, nonostante i lividi, senza pensarci troppo su. E con la stessa leggerezza, o superficialità di sempre, ricomincerà a macinare la propria vita tra un danno e un altro.
Quattro donne si alterneranno in scena con il protagonista, e una quinta sarà interprete di un insolito contenuto extra. La messinscena, infatti, si contamina con una multimedialità che supera i confini teatrali: grazie a un link gli spettatori avranno la possibilità di assistere a un quinto episodio della storia che, visibile solo online, li condurrà ancora più in profondità in quest’indagine sulle complessità delle relazioni uomo-donna.
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Guy è un uomo bambino o è anche lui un naufrago alla deriva nella liquidità dell’amore? Sam è una ragazza abbandonata o una provinciale inghiottita dalle sue stesse aspettative piccolo borghesi? Tyler ha fatto dell’indipendenza un motivo d’orgoglio e della seduzione un’arma, oppure è una donna fragile che teme di abbandonarsi alla speranza? Lindsay è affamata di vendetta o è semplicemente scissa tra noia e perversioni intellettuali? E chi è in realtà Bobbi? Una donna emancipata dalla trappola delle relazioni o è anche lei in cerca della sua parte di rivalsa? E infine Reggie (la quinta donna presente nell’extra online) non è altro che una ragazzina curiosa o è la nemesi che finalmente si abbatte sull’uomo?
La regia esalta, nella sua direzione minimale, queste ambiguità facendo perno sulle capacità interpretative degli attori. D’altra parte Some Girl(s) è dedicato a Eric Rohmer, uno dei padri della Nouvelle Vague. E come nel cinema di Rohmer, la recitazione ha il registro di un naturalismo quasi documentario.
Luci e scenografia contrastano con il realismo che suggerirebbe la scena (una stanza d’albergo sempre più o meno uguale) e sconfinano nel terreno di un teatro simbolista à la Maeterlinck. Le musiche accompagnano, senza mai sottolinearne gli eventi, questa commedia brillante ma allo stesso
tempo amara, spaziando dalle tristi note di Karen Dalton al tema della serie TV Utopia di Cristobal Tapia de Veer, dalle note del piano di Nils Frahm al country malinconico di Conor Oberst e Gillian Welch.
Tutto confluisce nell’idea di un teatro indie-pop: un teatro che, con la stessa capacità di intercettare tensioni e passioni che ha la più illuminata musica contemporanea, ingaggi lo spettatore in un processo di identificazione non rassicurante, in una riflessione sulla liquidità delle esistenze e dei legami, in una condivisione profonda delle emozioni. Un rito di catarsi collettiva che, senza esaurirsi nel tempo della messa in scena, lascia delle domande aperte che accompagnano il pubblico fuori dalla sala.

Marcello Cotugno



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