Arlecchino servitore di due padroni

Arlecchino servitore di due padronidi Carlo Goldoni

Finalmente al Teatro Bellini, lo spettacolo con cui Valerio Binasco ha stupito critica e pubblico frantumando la tradizione e tirando fuori l’eterna attualità di Goldoni. Il suo Arlecchino, infatti, guarda più alla commedia all’italiana che alla commedia dell’arte, dando voce a un’umanità vecchio stampo, paesana e arcaica, che ha abitato il nostro mondo in bianco e nero. Famelico, bugiardo, disperato e arraffone questo Arlecchino “contemporaneo” è un poveraccio che sugli equivoci costruisce una specie di misero riscatto sociale. Binasco, cinque volte premio Ubu, Binasco scrive: «A chi mi chiede: come mai ancora Arlecchino? rispondo che i classici sono carichi di una forza inesauribile e l’antico teatro è ancora il teatro della festa e della favola». Lo stile cinematografico di Binasco, fatto di sintesi, unità di azione e suspense, è al servizio del testo di Goldoni che è un perfetto congegno che dal 1745 non smette di funzionare e incantare il pubblico. La commedia della stravaganza diventa così
un gioioso viaggio nel tempo, che arriva alle origini del teatro italiano e della sua grande tradizione comica. Personaggio dalle molteplici contraddizioni: meschino e anarchico, irriguardoso e servile, Arlecchino riesce a portare scompiglio nell’ottusa società borghese, con una carica che suo malgrado si può perfino dire “sovversiva”. A vestire i panni della celeberrima Maschera, un irresistibile Natalino Balasso che dà al personaggio una sfumatura tragica che convive con la sua travolgente e indiscutibile comicità.