Io, mai niente con nessuno avevo fatto (Tre riti sull’amore)
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Crediti:
IO, MAI NIENTE CON NESSUNO AVEVO FATTO
(Tre riti sull’amore)
di Vuccirìa Teatrodrammaturgia e regia Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Enrico Sortino
scene e costumi Giulio Villaggio
aiuto regia Nicole Calligaris
disegno luci Joele Anastasi
foto Dalila Romeo
video Giuseppe Cardaciproduzione Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini
- Durata Spettacolo: 55 minuti
Sicilia, fine anni’80.
Due cugini crescono come fratello e sorella e giocano per cancellare la solitudine ancestrale di una famiglia senza padri.
Sono prede troppo vulnerabili senza nessuno che dia difesa o consapevolezza: dietro le persiane è nascosto un paese che spia, giudica e non vive.
Lei sogna di lasciare quell’isola che li culla e li affoga. Lui sogna di amare liberamente un uomo.
Come in una tragedia antica va espiata la colpa di chi si ribella e il giovane puro è sporcato dallo spettro dell’hiv.
Lui che mai niente con nessuno aveva fatto s’infetta d’amore.
Mentre tutti piangono già la sua morte, il suo istinto alla vita esplode candido e redime il paese.
Dentro tre riti sull’amore, io, mai niente con nessuno avevo fatto è la stazione della veglia.
Dal momento in cui il virus viene solo nominato,a Giovanni viene assegnata una morte: viene visto come un fantasma.
E’ questa la veglia che gli spettatori, come un coro, sono chiamati a spiare: come dal buco di una serratura, dentro una stanza funebre.
Qui i morti e i vivi si accompagnano per mano. Il tempo non scorre: si piega, si ripete, si apre in possibilità.
Lo spettatore non sa se davanti a sé scorre un fatto, un sogno, o un’immagine già postuma. Il traghetto, la corsa, il vento, i delfini sono immagini che ripiegano sul mare, magica soglia.
Da quel fondo, non più mito ma passaggio, Giovanni e Rosaria sognano di riemergere.
TRE RITI SULL’AMORE
Per Vuccirìa Teatro il rito è un dispositivo collettivo: convoca una comunità, costruisce simboli, innesca stigma o salvezza; rivela un sacrificio e chiede un attraversamento.
La retrospettiva riunisce tre opere che oggi, rilette insieme, rivelano un unico percorso: tre stazioni di una discesa nell’umano contemporaneo. Il corpo è lo strumento assoluto, una presenza erotica continua e necessaria. La lingua serve a toccare, invocare, resistere. La Sicilia non è ambientazione: è la culla. È una grammatica di soglia, sempre rivolta al mare che ritorna come una creatura: cambia voce, cambia forma, cambia destino degli uomini.
La tradizione della tragedia riaffiora come dispositivo contemporaneo vivo. Il tempo si piega, diventa spazio simultaneo. Una scena governata dal simbolo, Teatro di un’arte totale.
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