
Stato contro Nolan
STATO CONTRO NOLAN
(un posto tranquillo)
di Stefano Massini
uno spettacolo di Alessandro Gassmann
con
Daniele Russo – procuratore Miles
Gaetano Bruno – avvocato Nathan
Mauro Marino – giudice Rutherford
Emanuele M. Basso – Paul Kapinski (testimone)
Gaia Benassi – Dorothy Trevers (testimone)
Davide Dolores – Pastore Abel Edgar (testimone)
Giuseppe Gandini – Eddie Benjamin (testimone)
Stefano Guerrieri – Herbert Nolan (imputato)
Alessia Santalucia – Else Robichaux (testimone)
Angelo Zampieri – Norman Weiss (testimone)
scene Gianluca Amodio
luci Marco Palmieri
costumi Mariano Tufano
musiche Pivio e Aldo De Scalzi
video Marco Schiavoni
regista assistente Emanuele M. Basso / aiuto regia Gaia Benassi / assistente alla regia Gloria Riggio / assistente scenografa Gaia Caponi / assistente costumista Gaia Sarnataro
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo, LOMBARDI CREATIVE STUDIOS srl
In una piccola città di provincia nei primi anni Sessanta si svolge un processo al proprietario del giornale locale, Herbert Nolan. È accusato di aver manipolato l’informazione per scopi privati. L’uccisione di un vagabondo scambiato per rapinatore o stupratore era stata montata in modo da creare una paura diffusa in tutta la contea, così che gli abitanti si armassero per difendere le loro case. La locale fabbrica di armi aveva moltiplicato i profitti. “Che c’è di strano?” chiede l’avvocato di Nolan. Da che mondo è mondo i giornali devono fare notizia. Senonché il proprietario del giornale era un importante azionista dell’azienda di armi. E così la pubblica accusa, rappresentata da un uomo molto in gamba, il procuratore Miles, cerca di inchiodare Nolan alle sue responsabilità. Il processo si snoda in modo tradizionale, fra interrogatori dell’imputato e dei testimoni. Ma al di là dello specifico conflitto di interessi, emerge il tema di un clima di paura alimentato artatamente.
L’informazione vive un’era di stravolgimenti profondi, e credo che anche il teatro debba occuparsene. Stefano Massini lo fa con estrema intelligenza in questo testo che mi ha subito colpito per la sua capacità di parlare di manipolazione dell’informazione, tema così complesso, coinvolgendo ed appassionando. L’idea della messa in scena, come spesso ho fatto finora, è quella di rendere il più possibile credibile questo processo ambientato negli anni 50 nel Midwest americano. Una comunità si ritrova a discutere di un omicidio di un ragazzo nero, tirando fuori luoghi comuni, convinzioni incrollabili, rabbia, paure, religione, insomma tutti noi. Un pubblico ministero ed un avvocato, si affrontano con sublime abilità, portandoci in una piccola comunità che così tanto assomiglia a quella odierna. Immagino uno spettacolo rigoroso, drammatico visto il tema affrontato ma anche divertente, perché dove si scontrano due intelligenze scaturisce sempre ironia, perché il teatro deve assomigliare alla vita e nella vita, anche nei momenti bui, può capitare un sorriso. Con Daniele Russo ci siamo incontrati già due volte e sono stati “viaggi” teatrali molto intensi e di successo, è un attore che diventa altro e lo stimo per questo. Entrerete in un quadro iperrealista, dove potrete appassionarvi, incazzarvi, ridere e discutere. Il teatro questo deve fare, scuotere lo spettatore, produrre emozioni, almeno questo è il motivo che mi porta alla mia dodicesima regia. Buon divertimento e grazie per l’attenzione.
Alessandro Gassmann

Finale di partita
FINALE DI PARTITA
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
regia Gabriele Russo
con Michele Di Mauro, Giuseppe Sartori, Alessio Piazza, Anna Rita Vitolo
scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
La famiglia resta la zona sismica per eccellenza del teatro. Da Sofocle in poi, è il terreno dove si consuma la frattura tra il bisogno d’amore e la necessità di difendersi dall’amore stesso. Nel 2025, dentro un mondo che sembra aver superato il proprio apice di senso, torno a Finale di partita partendo da lì: dalla famiglia come ultimo rifugio e, insieme, ultima prigione. L’intento è quello di liberare Beckett dalla cornice dell’Assurdo e del “dopo la fine del mondo” per restituirlo a una realtà che ci appartiene. L’assurdo non è un genere: è una condizione quotidiana. Vive nella ripetizione dei gesti, nelle abitudini che ci tengono in vita, nella paura di cambiare posizione, di uscire, di restare soli. L’appartamento di Hamm e Clov è una casa reale, decadente, impoverita. Le finestre non si aprono più, i genitori vivono da anni nel bagno – non in un’astrazione scenica, ma in una vasca che odora di ruggine e di memoria. Tutto ciò che li circonda è vero, tangibile, ma anche fragile come una memoria che si sbriciola. Il riferimento al periodo della pandemia resta sottotraccia, non dichiarato. Non serve nominarlo: è rimasto nel corpo degli attori, nei loro respiri trattenuti, nella distanza con cui si parlano. La segregazione, la stanchezza, la convivenza forzata sono esperienze che oggi riconosciamo senza bisogno di metafore. Finale di partita diventa così una radiografia del nostro tempo: una famiglia chiusa in una routine che si ripete, incapace di salvarsi e di smettere di provarci. Non un’allegoria filosofica, ma una storia d’amore e di sopravvivenza. Il dolore, la dipendenza, la paura, l’ironia: tutto si muove dentro un presente che non passa mai. La partita è ancora la stessa, ma il finale non è più un concetto astratto. È la resa quotidiana che ciascuno di noi compie di fronte all’altro, nel tentativo – disperato e tenerissimo – di restare vivi.
Gabriele Russo

Spettacolo Teatrale
SPETTACOLO TEATRALE
di Marcello Macchia, Paola Pessot, Alessandro Mannucci
regia Daniele Russo e Maccio Capatonda
con Maccio Capatonda
e con Angela De Matteo, Alessandra Schiavoni, Peppe Miale, Marika De Chiara, Sergio Del Prete, Davide Mazzella, Manuel Severino
scene Roberto Crea
costumi Enzo Pirozzi
luci Alessandro Caso, Daniele Russo
video designer Alessandro Papa
musiche Mariano Bellopede
coreografia Isacco Venturini
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Show Bees, Micidial
Un direttore di teatro sull’orlo del fallimento, un gruppo di attori disperati e un colpo di genio: convincere Maccio Capatonda a debuttare in teatro per salvare la compagnia e il palcoscenico stesso dalla demolizione.
Da qui prende vita una commedia surreale e metateatrale, dove il confine tra realtà e finzione si dissolve: Maccio dialoga con il suo alter ego in video, si confronta con il linguaggio del palcoscenico e con la fragilità – e la verità – dell’essere dal vivo.
Tra equivoci, satire, pubblicità impossibili e improvvisi momenti di poesia, lo spettacolo diventa una riflessione comica e vertiginosa sul mestiere dell’attore, sul potere dell’immaginazione e sul senso stesso del teatro oggi.
Un viaggio ironico e umano che mescola cinema, televisione e palcoscenico, fino a trasformare il teatro in un set… e il set, finalmente, in teatro.
29 ottobre Teatro dell’Unione – Viterbo
31 ottobre Teatro Maria Caniglia – Sulmona
3 novembre Teatro Lyrick – Assisi
5 novembre Teatro Verdi – Firenze
9 novembre Teatro Arcimboldi – Milano
10 novembre Teatro Rossetti – Trieste
dal 19 al 22 novembre Teatro Bellini – Napoli
1 dicembre Teatro Marrucino – Chieti
3 dicembre EuropAuditorium – Bologna
7 e 8 dicembre Teatro Colosseo – Torino
12 dicembre PalaTour – Bari
21 e 22 dicembre Teatro Olimpico – Roma
31 dicembre Teatro Clerici – Brescia
6 gennaio Teatro Golden – Palermo
7 gennaio Teatro Metropolitan – Catania
9 gennaio Teatro di Varese – Varese
12 gennaio Gran Teatro Geox- Padova
14 gennaio Teatro Palaunical – Mantova
16 gennaio Teatro Giovanni da Udine – Udine
18 gennaio Teatro Massimo – Pescara
23 gennaio Teatro Nuovo – San Marino
24 gennaio Teatro La Fenice – Senigallia
26 gennaio Teatro Rossini – Civitanova Marche
27 gennaio Pala BCC Romagnolo – Cesena
29 gennaio Teatro Infinity – Cremona
31 gennaio CMP Arena – Bassano Del Grappa
3 febbraio Teatro Arcimboldi – Milano

Desert Films
DESERT FILMS
scritto da James Franco
regia James Franco e Peter Gold
con James Franco e Blaine Kern III
e con Elli Papadiamanti (cantante) e Konstantinos Diminakis (pianista)
direttrice tecnica Nena Jimenez
suono Nena Jimenez
luci Allie Jimenez
foto di scena Flavia Tartaglia
traduzione e sovratitoli Monica Marotta
make up Napoli Chiara La Marca
tecnico luci Luca Sabatino
fonico Rainer Monaco
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, James Franco & Ashton Ramsey in collaborazione con Theatre 29
Desert Films è una performance teatrale dal vivo con protagonisti James Franco e Blaine Kern, parte di una serie di narrazione cinematografica che esplora la natura e il prezzo della fama.
Questo lavoro riprende il personaggio ispirato a Robert Blake dal film Highway, presentandolo come una misteriosa manifestazione che affronta un giovane attore – rapito e legato – e pronuncia un monologo inquietante sulla seduzione e le trappole della celebrità.
La performance sfuma intenzionalmente il confine tra cinema e teatro, realtà e finzione, creando un’esperienza intima e perturbante in cui il pubblico ha la sensazione di assistere a qualcosa di crudo e immediato – quasi come se una scena cinematografica prendesse vita sul palcoscenico.
“Uno dei miei principali interessi è Hollywood – leggo ogni libro possibile sui film del passato, su quelli contemporanei, e sulle star, i registi, i montatori, i direttori della fotografia e gli sceneggiatori nel corso della storia di questo mezzo – anche gli scenografi. Amo profondamente l’arte e il mestiere del cinema e le persone che vi si dedicano. Sono anche molto interessato alle storie che riguardano Hollywood come una sorta di dipendenza, storie in cui le persone amano Hollywood così tanto che qualcuno finisce addirittura per morire a causa della sua vicinanza al “calore” di Hollywood.”
James Franco
dal 15 al 26 settembre 2026 Piccolo Bellini – Napoli
27 settembre 2026 Teatro Cucinelli – Solomeo (PG)
dal 29 settembre al 4 ottobre 2026 Teatro Ambra Jovinelli – Roma
dal 6 al 7 ottobre 2026 Saloncino Poli – Firenze
dall’8 all’11 ottobre 2026 Teatro Menotti – Milano

Neanche Parenti
NEANCHE PARENTI
testo e regia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
con la Compagnia Bellini Teatro Factory:
Greta Bertani, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta, Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Umberto Serra
assistente alla regia Bellini Teatro Factory Martina Abate
progetto sonoro Antonio Della Ragione
disegno luci Giuseppe Di Lorenzo
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
«Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.»
Lev Tolstoj, Anna Karenina
Non partiamo da un testo.
Non abbiamo un autore da mettere in scena, né una storia già scritta.
Abbiamo un gruppo di attrici e attori appena diplomati. Abbiamo il loro corpo, la loro voce, il loro desiderio di trovare spazio nel mondo che hanno scelto di vivere, quello affascinante e faticoso del teatro.
Abbiamo il presente.
Abbiamo scelto di lavorare sulla famiglia — o su ciò che di essa rimane, si inventa, si teme, si cerca. La famiglia come spettro, come radice, come doppio.
Come una verità che cambia a seconda di dove ti metti. Di chi racconta.
Ciascuno ha la sua versione.
Ciascuno porta con sé una crepa, un’eccedenza, un rimosso.
Scriviamo in scena.
Scriviamo per loro, con loro, attorno a loro.
Parleremo di legami e di ruoli.
Del figlio che parte. Della madre che resta. Del padre che non c’è. Di quello che è stato detto.
E di quello che non si può dire.
In scena non ci sarà una sola famiglia.
Ce ne saranno molte.
Forse nessuna.
Questo spettacolo non è una destinazione. È un attraversamento.
È un momento fragile, ma decisivo.
Come ogni inizio.
Gabriele Russo
La famiglia è qualcosa dentro cui ci si può perdere, corrisponde a un perdersi dentro se stessi. È sia spazio mentale che luogo fisico, concreto, della casa. Sovrapposti. In un unico evento, la fine di una coppia, è contenuto simultaneamente un complesso intreccio di rapporti, di ricordi, di desideri. Momenti che si annodano, disordinati. Non si procede in maniera lineare, ma per coerenza emotiva. La separazione tra un uomo e una donna è centrale, ma non è l’unica separazione. È separazione tra generazioni di modelli famigliari, tra sorelle diverse, tra una figlia e una madre che ne rifiuta la fragilità, tra un padre ancora vivo e una madre che non c’ è più. Tutte le scene portano in grembo la diversità del punto di vista. Senza giudizio. Il ricordo di una donna dei genitori che litigano investe emotivamente anche un marito, ha effetti diversi su due sorelle. Ognuno è al mondo con la propria unica risposta agli eventi. Ma alla fine ognuno ha solo se stesso con cui fare i conti. In Neanche parenti la famiglia è carico emotivo, è fragilità, è qualcosa che si rompe che svela altre cose rotte. Ci si perde in un labirinto di ricordi e tentativi di cercare l’errore, ma qualcosa sfugge, non si può trovare, non ce n’è uno solo. L’ errore, che sia fatto con o senza consapevolezza di commetterlo, sortisce i suoi effetti comunque. Perdersi è inevitabile, si guarda indietro e ci si perde. Abbiamo guardato le cose per quello che sono, senza soluzioni. Sono momenti di una stessa frattura, legati da un senso che sfugge, da una logica in fuga. Il pubblico è davanti a un panorama umano dentro il quale tradirsi è inevitabile. Una sera si potrebbe ridere molto e un’altra qualcuno può commuoversi, a seconda di come s’incastra con il proprio vissuto.
Arianna D’Angiò

Asfalto
ASFALTO
Poema fisico e musicale per sette attori
regia e coreografia di Michela Lucenti
con la Compagnia Bellini Teatro Factory
Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire, Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore
assistente alla regia Antonio Basile
assistenza alla creazione Maurizio Camilli
drammaturgia Balletto Civile
testi Emanuela Serra
musiche e progetto sonoro Antonio Della Ragione
collaborazione al progetto sonoro Rainer Monaco
disegno luci Michela Lucenti / Balletto Civile e Maurizio Di Maio
scene Accademia di Belle Arti di Napoli Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno
con gli studenti Alessia Di Pace, Claudia Pugliese, Roberta Fierro, Laura lloret Garcia, Sabrina Oliva, Alessandra Avitabile, Salvatore Esposito, Emanuela Bartoli, Lucrezia Maria Aita, Claudia Sabella
costumi Enzo Pirozzi
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
Mentre sta guidando il motorino per le strade di Napoli, un giovane rider fa un incidente e muore.
Sull’asfalto, oltre al suo corpo, c’è il casco, lo zaino giallo da delivery e una pizza.
Chi sono le persone intorno a lui? Quelle che conoscono il ragazzo, quelle che passano lì per caso, quelle che nel frattempo continuano a vivere, mentre lui non vive più.
L’incidente è il filo rosso attraverso cui si intrecciano le storie dei personaggi.
Una giovane comunità si interroga furiosamente sulla fragilità della vita.
Sette monologhi fisici, sette punti di vista sull’incidente.
Attraverso le loro parole ci raccontano delle loro vite e della città in cui vivono, una Napoli, metropoli contemporanea, meravigliosa e violenta.
Senza volerlo, le cose accadono. Alcune, più di altre, si possono spiegare, altre si possono solo accettare.
A partire dalle biografie dei ragazzi coinvolti, Balletto Civile vuole creare uno spettacolo di drammaturgia fisica proponendo un processo artistico in cui la parola è profondamente connessa al corpo.
Si può fare poesia del proprio vissuto, di quello che ci abita?
Le vite, raccontate, vengono riscritte in una forma di spoken-word mescolando ritmo e metrica per dare vita a veri e propri monologhi fisici e vocali che attraverso un filo rosso si collegano dando voce a uno spaccato generazionale. In un contemporaneo apparentemente privo di senso proponiamo un viaggio emotivo e potente nei temi dell’appartenenza, dell’identità, del dubbio.
Un flusso di pensiero in cui gli interpreti si passano il testimone fino ad accordarsi in una falange vitale che crea, nel vuoto, con i corpi il proprio rito.
Un lavoro di gruppo sulla potenza dell’agire e del reagire, per dare voce in modo irruento costruendo insieme un pensiero sull’urgenza di condividere, creare, rispondere.
Michela Lucenti

Immacolata Concezione
Matinée giovedì 15 ottobre 2026 ore 11.00
Durata 90 minuti
Ingresso 12 € | Sala Grande
Trailer https://www.youtube.com/watch?v=wHvEqS9Ambw&t=2s
Per partecipare a questa matinée, scrivere a:
Francesca Calabrese 3342373833 – ilteatrodelsole@gmail.com
IMMACOLATA CONCEZIONE
(in Tre riti sull’amore)
uno spettacolo di Vuccirìa Teatro
drammaturgia e regia di Joele Anastasi
con Federica Carruba Toscano, Alessandro Lui, Enrico Sortino, Eduardo Scarpetta, Joele Anastasi
da un’idea di Federica Carruba Toscano
scene e costumi Giulio Villaggio
light designer Martin Palma
musica originale Davide Paciolla
testo musica Federica Carruba Toscano
contributo drammaturgico Alessandro Lui
sculture cartapesta Ilaria Sartini
foto Dalila Romeo, Alessandro Scarano
video Giuseppe Cardaci
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
Siamo in un piccolo paese della Sicilia, nel 1940, mentre l’Italia entra in guerra e Mussolini promulga le leggi razziali. Il primo a parlare è un uomo di umili origini, un pastore che vede morire di malattia tutte le sue capre, sua principale fonte di sostentamento. Decide di barattare la figlia Concetta, sana, giovane, a suo dire non molto intelligente, con una capra gravida di proprietà di Donna Anna, tenutaria del bordello del paese. Qui, la ragazza potrà diventare fonte di reddito, come prostituta, rispettando le regole del lavoro, tra cui quella di incontrare, come primo cliente, Don Saro, riconosciuto come capo e governatore del paese. Concetta incontrerà altri personaggi significativi (il dottore, il prete) ma soprattutto Turi, figlioccio di Don Saro. Tutta la storia si sviluppa nell’intreccio tra l’amore tra Concetta e Turi, contrapposto alle dinamiche di abuso e potere che Don Saro e tutto il paese esercitano su Concetta. La trama si fa fitta ma il dato principale è che questa ragazza, apparentemente inconsapevole e ‘immacolata’, con la sua purezza porta scompiglio, altera gli equilibri, fa scoppiare le contraddizioni e le miserie del mondo che la circonda.
Lo spettacolo Immacolata Concezione ha dieci anni. Nella stagione 26/27 del Teatro Bellini, è il primo di tre appuntamenti dedicati alla compagnia siciliana Vucciria Teatro: gli altri titoli di questo trittico sull’amore saranno infatti presentati al Piccolo Bellini, nel 2027 (Io mai niente con nessuno avevo fatto dal 19 al 24 gennaio e Battuage dal 26 al 30 gennaio). Questa presenza così articolata permette a chi volesse seguire tutte le tappe, di comprendere meglio cosa vuol dire quando, a proposito di una compagnia, si parla di uno specifico linguaggio e della sua evoluzione, in termini formali e contenutistici.
Nel 2026, la casa editrice Cue Press pubblicherà i tre testi in un’unica opera monografica, intitolata TRE RITI SULL’AMORE.
La compagnia Vucciria Teatro è composta da Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Enrico Sortino. Gli elementi portanti del loro lavoro sono tre: la dimensione fisica del corpo, inteso come materia umana senza filtro e come coro; la lingua, anch’essa materica, fatta non solo di dialetto; l’utilizzo di codici senza tempo, come la tragedia, per affrontare fortissimi temi contemporanei.
Immacolata Concezione ha vinto la quinta edizione del festival I Teatri del Sacro. In occasione della tappa al Teatro Bellini, la compagnia modifica il cast originale, coinvolgendo in scena Eduardo Scarpetta.
Lo spettacolo Immacolata concezione mette in evidenza alcuni temi:
la sfera della sessualità nelle sue accezioni più dirette (a partire dalla nudità in scena), fino a quelle più complesse (i condizionamenti sociali, culturali, religiosi);
il rapporto maschile/femminile come esercizio di potere (possesso, abuso, violenza, peccato, guerra) o come campo di attuazione della ‘‘legge”;
la possibilità di vivere secondo principi altri come l’accoglienza, la speranza, l’autenticità, il desiderio;
il tema del sacrificio e del capro espiatorio in relazione al nostro tempo;
il tema della maternità;
la dimensione del tragico e del fiabesco, entrambi intesi come meccanismi fatali, come destino, come rito.
L’azione scenica è intrecciata con il racconto della famosa favola siciliana di Colapesce, il giovane pescatore messinese capace di restare nelle profondità del mare, tanto da non distinguersi più da un pesce. In Immacolata concezione, questa leggenda si piega alla vicenda di Concetta e Turi e viene utilizzata, a livello drammaturgico, per dare profondità ai personaggi e lasciare la sensazione di una storia ancora aperta e piena di domande per lo spettatore.
Alcuni passaggi utili, nella presentazione della compagnia:
‘Dentro Tre riti sull’amore, Immacolata Concezione è la stazione della fondazione: il punto in cui il rito nasce e la comunità mostra la sua ambivalenza. È capace di accogliere, ma anche di divorare ciò che desidera.
Concetta è un simbolo che incrina l’ordine: “sente” l’anima dei clienti, permette una fragilità che fuori non è concessa, confonde i ruoli e scioglie le gerarchie.
Qui, il mare come creatura e misura del possibile è ancora mito e orizzonte. E proprio come nel racconto di Colapesce, che sorregge l’isola dal fondo, anche Concetta finisce per “reggere” una comunità.
La retrospettiva rilegge questa origine come primo movimento di una discesa verso una de-umanizzazione che continua a caratterizzare la nostra storia collettiva.’ Compagnia Vucciria Teatro.

Io, mai niente con nessuno avevo fatto
IO, MAI NIENTE CON NESSUNO AVEVO FATTO
(Tre riti sull’amore)
di Vuccirìa Teatro
drammaturgia e regia Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Enrico Sortino
scene e costumi Giulio Villaggio
aiuto regia Nicole Calligaris
disegno luci Joele Anastasi
foto Dalila Romeo
video Giuseppe Cardaci
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
Sicilia, fine anni’80.
Due cugini crescono come fratello e sorella e giocano per cancellare la solitudine ancestrale di una famiglia senza padri.
Sono prede troppo vulnerabili senza nessuno che dia difesa o consapevolezza: dietro le persiane è nascosto un paese che spia, giudica e non vive.
Lei sogna di lasciare quell’isola che li culla e li affoga. Lui sogna di amare liberamente un uomo.
Come in una tragedia antica va espiata la colpa di chi si ribella e il giovane puro è sporcato dallo spettro dell’hiv.
Lui che mai niente con nessuno aveva fatto s’infetta d’amore.
Mentre tutti piangono già la sua morte, il suo istinto alla vita esplode candido e redime il paese.
Dentro tre riti sull’amore, io, mai niente con nessuno avevo fatto è la stazione della veglia.
Dal momento in cui il virus viene solo nominato,a Giovanni viene assegnata una morte: viene visto come un fantasma.
E’ questa la veglia che gli spettatori, come un coro, sono chiamati a spiare: come dal buco di una serratura, dentro una stanza funebre.
Qui i morti e i vivi si accompagnano per mano. Il tempo non scorre: si piega, si ripete, si apre in possibilità.
Lo spettatore non sa se davanti a sé scorre un fatto, un sogno, o un’immagine già postuma. Il traghetto, la corsa, il vento, i delfini sono immagini che ripiegano sul mare, magica soglia.
Da quel fondo, non più mito ma passaggio, Giovanni e Rosaria sognano di riemergere.
TRE RITI SULL’AMORE
Retrospettiva Vuccirìa Teatro – Opere sull’umano contemporaneo
Per Vuccirìa Teatro il rito è un dispositivo collettivo: convoca una comunità, costruisce simboli, innesca stigma o salvezza.
Rivela un sacrificio. Chiede un attraversamento.
Tre riti sull’amore riunisce tre opere che oggi, rilette insieme, rivelano un unico percorso: tre stazioni di una discesa nell’umano contemporaneo. In queste opere il corpo è lo strumento assoluto. Una presenza erotica continua e necessaria.
È spazio del sacrificio: il luogo in cui la verità accade e si espone.
La lingua non serve a decorare. Serve a toccare, invocare, resistere. Le parole entrano nei corpi: feriscono, incidono.
La Sicilia non è ambientazione: è la culla. È una grammatica di soglia, sempre rivolta al mare che ritorna come una creatura: cambia voce, cambia forma, cambia destino degli uomini.
In Immacolata Concezione è mito e origine. In Io, mai niente con nessuno avevo fatto è passaggio e promessa. In Battuage si riduce a gocciolio e collassa fino a diventare fondo: lo scolo di un orizzonte che si restringe.
La tradizione della tragedia riaffiora come dispositivo contemporaneo vivo: coro, maschera, metamorfosi e sacrificio. E il tempo si piega, diventa spazio simultaneo. Una scena governata dal simbolo, Teatro di un’arte totale.
A dieci anni dal debutto di Immacolata Concezione, Vuccirìa Teatro riunisce tre opere in una retrospettiva di repertorio.

Battuage
BATTUAGE
(Tre riti sull’amore)
di Vuccirìa Teatro
regia e drammaturgia Joele Anastasi
con Joele Anastasi, Federica Carruba Toscano, Ivan Castiglione, Enrico Sortino
scene e costumi Giulio Villaggio
disegno luci Davide Manca
musica originale Alberto Guarrasi
foto Alessandro Scarano, Dalila Romeo
video Giuseppe Cardaci
produzione Fondazione Teatro Di Napoli – Teatro Bellini
In battuage il sesso diventa l’unico strumento di mediazione tra gli esseri umani. Lo spazio scenico diventa metafora del mondo: piccole abitazioni-orinatoio degradate. Un non-luogo in cui il desiderio sparisce nello sprofondare delle anime dentro se stesse. Qui il desiderio si tramuta in affanno distruttivo ed assume un significato anti-erotico: il suicidio dell’eros.
A guidarci è Salvatore, un anti-eroe, angelo del gocciolio di un mondo ormai prosciugato.
il riflesso dei suoi occhi somiglia a un obitorio per vivi, in attesa di un’estrema liturgia.
Dentro tre riti sull’amore, Battuage è l’ultima stazione: il fondo.
Qui i dispositivi che attraversano l’intero percorso arrivano alla loro forma più nuda.
Il rito non fonda più e non apre più soglie, si rovescia in liturgia profanata e sopravvive
come protocollo vuoto.
Il simbolo che apre e attraversa tutto è l’acqua: non mare, ma gocciolio di un interno che perde. Il canto si deforma in insulto, la lingua diventa sputo. La madre ritorna come presenza che trattiene, soffoca, reclama. E’ un materno non salvifico che diventa linguaggio: presenza fantasma che possiede il corpo del figlio. Nel fondo di Battuage vivi e morti non si alternano:
coesistono fino a confondersi.
TRE RITI SULL’AMORE
Retrospettiva Vuccirìa Teatro – Opere sull’umano contemporaneo
Per Vuccirìa Teatro il rito è un dispositivo collettivo: convoca una comunità, costruisce simboli, innesca stigma o salvezza.
Rivela un sacrificio. Chiede un attraversamento.
Tre riti sull’amore riunisce tre opere che oggi, rilette insieme, rivelano un unico percorso: tre stazioni di una discesa nell’umano contemporaneo. In queste opere il corpo è lo strumento assoluto. Una presenza erotica continua e necessaria.
È spazio del sacrificio: il luogo in cui la verità accade e si espone.
La lingua non serve a decorare. Serve a toccare, invocare, resistere. Le parole entrano nei corpi: feriscono, incidono.
La Sicilia non è ambientazione: è la culla. È una grammatica di soglia, sempre rivolta al mare che ritorna come una creatura: cambia voce, cambia forma, cambia destino degli uomini.
In Immacolata Concezione è mito e origine. In Io, mai niente con nessuno avevo fatto è passaggio e promessa. In Battuage si riduce a gocciolio e collassa fino a diventare fondo: lo scolo di un orizzonte che si restringe.
La tradizione della tragedia riaffiora come dispositivo contemporaneo vivo: coro, maschera, metamorfosi e sacrificio. E il tempo si piega, diventa spazio simultaneo. Una scena governata dal simbolo, Teatro di un’arte totale.
A dieci anni dal debutto di Immacolata Concezione, Vuccirìa Teatro riunisce tre opere in una retrospettiva di repertorio.

Le Cinque Rose di Jennifer
LE CINQUE ROSE DI JENNIFER
di Annibale Ruccello
con Daniele Russo e Sergio Del Prete
scene Lucia Imperato
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
progetto sonoro Alessio Foglia
regia Gabriele Russo
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
durata 90 minuti
Jennifer è un travestito romantico che abita in un quartiere popolare della Napoli degli anni ‘80. Chiuso in casa per aspettare la telefonata di Franco, l’ingegnere di Genova di cui è innamorato, gli dedica continuamente Se perdo te di Patty Pravo alla radio che, intanto, trasmette frequenti aggiornamenti sul serial killer che in quelle ore uccide i travestiti del quartiere. Gabriele Russo affronta per la prima volta un testo di Ruccello – scegliendo il più simbolico, quello che nel 1980 impose il drammaturgo all’attenzione di pubblico e critica. Il regista ci preannuncia una messinscena dall’estetica potente, fedele al testo e, dunque, alle intenzioni dell’autore «ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà Ruccello stesso – racconta Russo – cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi». In scena, un inedito Daniele Russo, affiancato da Sergio Del Prete in un allestimento che restituirà tutta la malinconia del testo senza sacrificarne l’irresistibile umorismo.
Se ci si ferma a pensare, l’unica scelta sensata è quella di non azzardarsi a toccare un testo come Le cinque rose di Jennifer di Annibale Ruccello. È una pietra miliare del teatro, un testo che quanto più lo si legge e approfondisce tanto più ti penetra, ti entra nell’immaginario, si cristallizza nei pensieri e si deposita nell’inconscio. Anche solo dopo averlo letto (caso raro poiché sappiamo che “il teatro non si legge”) Jennifer smette di essere il personaggio di un testo teatrale per farsi carne e ossa, sangue e sentimenti. Una persona viva, sempre esistita. Qualcosa che ti appartiene, che è dentro di te, nei tuoi sentimenti, nella tua cultura, nei tuoi suoni, nel tuo immaginario. Qualcosa di ancestrale, di antico e moderno, che risuona tutti i giorni dentro di noi, su un palcoscenico, nei vicoli della città o nelle pagine di un libro. Jennifer è il diavolo e l’acqua santa. Eterna contraddizione. Paradigma dell’ambiguità napoletana.
Questa sensazione di appartenenza è quella che soltanto i personaggi dei grandi classici riescono a restituire, quelli che, come fantasmi, si aggirano quotidianamente nelle segrete di tutti i teatri, anche quando in scena si recitano testi contemporanei.
È un testo che è Napoli stessa e dunque punto di riferimento, mito e desiderio di tutta la Napoli teatrale che ne conosce le battute a memoria. È un testo che, come tutti i classici ma in modo forse ancor più radicale, vediamo anche attraverso quello che è già stato, nella voce e nei corpi di chi già lo ha interpretato, primo fra tutti Ruccello stesso. Questi elementi, però, sono anche quelli che ci spingono a rimetterlo in scena, ad accostarci al suo mito, al suo fantasma, con rispetto ma anche liberi da sovrastrutture, poiché apparteniamo alla generazione che non ha vissuto Ruccello negli anni in cui era in vita, non abbiamo vissuto il lutto della sua prematura scomparsa: pertanto, scriviamo su di noi attraverso di lui. Per farlo, ci atteniamo alle rigide regole e alle precise indicazioni che ci dà l’autore stesso, cercando di attraversare, analizzare, capire sera per sera, replica dopo replica un testo strutturalmente perfetto, che delinea un personaggio così pieno di vita che pare ribellarsi alla mano di una regia che vuole piegarlo alla propria personalissima visione. Non è un testo su cui sovrascrivere ma in cui scavare, per tirare fuori sottotesti, possibilità, suggestioni, dubbi. Ad esempio, Anna, il travestito che va a trovarla a casa, chi è? Una proiezione di Jennifer? Il suo inconscio? L’assassino del quartiere? Gli omicidi stanno accadendo realmente? Le telefonate sono vere o inventate? Quel che accade è vero o è tutto nell’immaginario di Jennifer? Ecco perché nella nostra messinscena Anna è presente sul palco tutto il tempo dello spettacolo, osserva Jennifer dall’esterno, si aggira come uno spettro intorno alla casa (l’isola) su cui Jennifer galleggia e vive la sua intimità. È il suo specchio. Queste domande, queste sospensioni sostengono l’atmosfera fra il thriller ed il noir tanto cara a Ruccello, che noi cercheremo di amplificare al fine di creare quella tensione che richiede un testo fatto di telefonate e attese. Un testo che “rimanda” a Pinter o a Beckett…Confesso di aver immaginato anche di metterlo in scena come Giorni Felici, con la sola testa di Jennifer che fuoriusciva da un telo che avrebbe rappresentato il Vesuvio. Ma poi… perché? I temi e i livelli di lettura non sono univoci, non possono essere ingabbiati ed intellettualizzati. Le cinque rose di Jennifer racconta di due travestiti napoletani ma racconta anche e soprattutto la solitudine, la solitudine che è il rovescio della medaglia della speranza che Jennifer mantiene dentro di sè fino alla fine e, dal mio punto di vista, oggi racconta con forza anche la condizione dell’emarginato, quella di chi si deve nascondere. Ecco perché in questa nostra messinscena Jennifer al suo ingresso in casa non vestirà panni che dichiarano la sua condizione femminile ma si nasconderà in abiti apparentemente maschili, trasformandosi solo nell’intimità casalinga, in cui è libera di essere o di provare a essere. La trasformazione è un tema centrale della nostra messinscena: il travestire più che il travestito, il che ci lega anche alla città ed ai mille modi in cui essa si “copre” e “agghinda”. Jennifer si traveste, come un attore, come Napoli. Jennifer si trasforma, come un attore, come Napoli. È fragile, come un attore, come Napoli. Prova, come un attore, non come Napoli, che non ci prova nemmeno.
L’estetica della messinscena, sarà nel segno del Kitsch, un aspetto che Ruccello tiene ad evidenziare fin dalle prime didascalie, che rimanda a uno stile e a un linguaggio specifici. Per spiegarmi meglio, prendo a prestito le parole di Kundera, secondo il quale «Nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. […] Il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.» è un mondo di sentimenti, dove vige la dittatura del cuore e, nel caso di Jennifer, la solitudine. Le restano solo gli oggetti e le fantasie a cui aggrapparsi per non sprofondare nel vuoto, nelle mancanze, nelle ansie, nelle angoscia. L’estetica del Kitsch è finzione, così Jennifer finge con gli altri e con se stessa fino alle estreme conseguenze, respinge dal proprio campo visivo ciò che è essenzialmente inaccettabile. In tal senso è una vera attrice, perché finge talmente bene da essere vera.
Gabriele Russo
Scheda di produzione
Rassegna stampa
Foto
Trailer
Visual
Gabriele Russo, regista di “Le cinque rose di Jennifer” andato in scena al Teatro Bellini, affida la “nuova” Jennifer alla complessa invenzione di Daniele Russo che, nel suo rapido e disperato trasformarsi, nella sua insofferenza di maschio, nella sua disperata rincorsa verso una femminilità lussuosa, nel disegno doloroso della inevitabile sconfitta, nel disegno di una solitudine senza scampo, si conferma originale ed eccellente protagonista del nostro teatro. Molti attori hanno cercato il senso ed il suono di Jennifer. Daniele Russo se ne è impadronito ora, con un dolore ed una passione coinvolgente, restituendocene l’illusione malata, dilatandola fino a mettere in scena la solitudine di una generazione incerta, cui sfuggono confini, geografie, storia ed amore. […]
[…] Testo “cult” del teatro italiano, scrittura d’impatto sicuro, gioco perfido di illusioni e sconfitte, thriller senza sbocco e senz’altra storia che quella di una illusione, di un’attesa disperata, di una violenza interiore, di un assedio malato, questa messa in scena de “Le cinque rose di Jennifer” realizzata al Bellini è si storia una telefonata che non arriverà mai, ma è immagine forte di solitudine senza scampo. E Daniele Russo, con il trucco disfatto nell’angoscia lussuosa del suo abito rosso, creato, come tutti gli altri costumi, da Chiara Aversano, è iperbole ed immagine da non dimenticare.
Giulio Baffi – la Repubblica 27 ottobre 2019

The Whale
THE WHALE
di Samuel D. Hunter
regia Marco Lorenzi
con Daniele Russo e cast in via di definizione
dramaturg Federico Bellini
scene Gregorio Zurla
luci Umberto Camponeschi
costumi Alessio Rosati
progetto sonoro Massimiliano Bressan
aiuto regia Salvatore Scotto D’Apollonia
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo, Elsinor, Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale
Charlie insegna scrittura online senza mai mostrarsi. Vive isolato, prigioniero di un corpo che sembra voler inghiottire anche sé stesso. Quando scopre di avere pochi giorni di vita, Charlie prova a riallacciare il legame con la figlia Ellie, la figlia adolescente abbandonata anni prima.
In un mondo attraversato da sensi di colpa, fede, rabbia e bisogno d’amore, “The Whale” racconta il fragile confine tra espiazione e salvezza.

Il Gelo
IL GELO
da Eduardo De Filippo
Con Mimmo Borrelli
Musiche di Antonio Della Ragione
Produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
IL GGELO
Eduardo in calce tra i suoi vuoti,
d’ispirazione, sospendeva scritti,
quando quei meccanismi ignoti
di drammaturgia venivano infitti
dalla mancanza di idee tra le mura
ummete ’i nu camerino friddo.
Notti insonni di genio e stesura,
rifocillava re tonaca e sfriddo
con versi in mattoni di tufo giallo.
Tra muorte pantaseme, anime cumpagne!
Assestava decurazioni de curallo,
penziere sciuovete dint’a nu stagne:
trascuranno ogni affetto re famiglia.
Tutto e sempe p’ ’u duvere verso ll’arte,
curannese, senza abbada’ a lli figlie,
sulo r’ ’a scena … ca r’ ’u munno te sparte.
Artrite e ggelo finanche ’nt’ ’i chiocche.
corpi di storie, faccie pentitente,
evocati dai polsi e dalle nocche.
Spisso ’mpunto ’i morte contundente.
“Ce stanno ’i turni, cascé da pagare:
forse è meglio ca cagno repertorio.”
“Notte diretto’.” – “Chiudo io, lascia stare.”
E faceva matina tra riebbete ’u scrittorio.
Na puisia. Po’ cuntava a lli diarie.
“Nu turno ’i cchiù, sì, pecché l’incasse
nun da sciato ’a vocca, ammanca ll’arie.
E ’u cannarone se secca e ’u suonno passe.
Me faccio nu cafè, vedimmo si è passato.
Appiccio ’ntella nu lumino a uoglio.”
’A notte cunziglio porta ’u scritturato
a ll’autore, no, sulo veglia ’a ssuoglio
re chella pagina ghianca ’i calamaio,
ca s’adda gghienchere già primma, re cunzenze,
già primma, ’nt’ ’u niro r’ogni dubbio e guaio,
cirche salvezza ’i na platea ’i pacienze.
Chi scrive è sulo, cu Dio e ’a passione
de nu triato ca è cundanna e vita,
sulo dint’a chella frustrazione
r’ ’u fallimento prossimo all’uscita.
La creatività?! Va t’ ’a pesca, nunn’esiste!
Va preparata, alimentata r’ ’a fatiche.
Per evocare chilli povere ggiesucriste,
persunaggie re parole annemiche:
comme spine areto ’i rine r’ ’a scritture.
’Nfriddigliuto ’i respunzabbile capriccio
abbuccato a stu breviario re clausura,
sempre tiseco scavato ’i tremmuliccio
Preoccupato ’nt’a n’angulillo scure,
chino re suonno, scazzimma re ’ncienzo,
Tuardo se ne steva comme nu criaturo.
Rannato pure isso r’ ’a paura r’ ’u silenzio
re chill’applauso maje e po’ maje sicuro.
In occasione del Maggio dei Monumenti 2022, che ha voluto rendere omaggio a Eduardo De Filippo nell’anniversario della sua nascita: l’assessorato alla cultura di Napoli ed il sindaco Manfredi mi chiesero, in quella occasione, ovvero il 24 maggio, con grande onore, di ricordare il grande drammaturgo partenopeo alla Chiesa Santa Maria delle Anime del Purgatorio, meglio conosciuta come: chiesa delle Capuzzelle; Cape ’e morte.
Luogo ormai di grande senso e quasi storico per la mia personale produzione site specific, tra l’altro in perfetta e consequenziale armonia concettuale e organica con Efestoval (il Festival che dirigo da anni) ed anche con il tema di quella edizione del 2022, ovvero: il sottosuolo.
Anni fa, nel 2013 la Onlus Opera Pia Purgatorio ad arco nella persona di Daniela d’Acunto e Francesca Amirante, mi proposero follemente di elaborare un percorso formativo e teatrale all’interno della chiesa stessa. Sta di fatto che nell’arco di due anni circa, grazie ad un progetto articolato e virtuoso, con una ricerca antropologica sul sito, interviste con i fedeli, incontri, laboratori, da quel corposo materiale insomma, riuscimmo a concepire OPERA PEZZENTELLA: un poema di cinquemila versi, per uno spettacolo site-specific, che ebbe un enorme riscontro di pubblico, di critica, nonché riconoscimenti e premi, rilanciando anche il complesso museale a tutto tondo.
Mi sembrava di grande segno e senso tornarvi.
Si torna. E arricordatevi st’imbasciata.
Si lascia una parte di sé da qualche parte
per poi turnarci. Comm’ ’addu mamma e pate,
pe’ ce turna’, pecché sulo ’a morte sparte.
Solo la morte divide terra e mari
Quel che dio ha unito luomo non separi.
(La Cupa 2013-2018)
Fare ritorno tra gli echi condivisi della memoria in uno di quei luoghi compagni, come le anime stesse che lo abitano, il quale battezzò di forza positiva quell’anno che fu di ripartenza e di rifondazione, dell’intera mia itinerante carriera: soprattutto dopo il silenzio mascherato di affanno e oblio dovuto ad anni di difficoltà e pandemia. Insomma fu motivo di orgoglio e gioia.
Ed anche affidarsi alla benevolenza di un’anima esemplare, un gigante della scena, un teatrante enorme, colto nella solitudine del suo purgatoriale scrittoio. Condanna e vita. Dannazione e passione. Sacrificio e gelo, così come lui ancora direbbe e ne sono convinto ai giovani d’oggi che si apprestano alla fatica del teatro.
Da qui l’occasione è saltata alla penna. Da qui è nato il “Il gelo”, un reading semplice: un uomo dannato al freddo dell’ispirazione sul tavolaccio del suo scrittoio. Nella solitudine della passione del teatro che non è affatto in “principio verbo” un atto condiviso, bensì privato e privato del consenso, seppur in cerca ostinata e furibonda e luttuosa del consenso stesso.
L’autore è sempre solo di fronte al lenzuolo bianco della morte in pagina, solo e infreddolito dalle idee mancanti di gesso, gelide di marmo, solo poiché la creatività non esiste. Va preparata dalle sofferenze, nutrita dalle mancanze, concimata dalle responsabilità, “attrita” dalle aspettative, nel suo meraviglioso e tragico privilegio: la libertà di creare da solo. Eduardo amava comporre poesie durante le pause che di rado gli concedeva l’attività teatrale, tra preoccupazioni ed insonnia, tra geloni e l’artrite alle nocche delle mani e del pensiero. Dunque me lo sono immaginato tra le quattro mura del suo camerino, intento a fissare su carta i suoi tormenti e a ripeterli e provarli magari a bassa voce come è solito fare chi scrive. Poiché la timidezza del primo fiato alla parola è come un neonato da cullare. Fa commuovere prima chi legge, nell’epifania della scoperta, nella caverna dell’eventuale creazione della bellezza, soggetta al giudizio della morte. Bisogna avere soffio, calore, cura e delicatezza. La prima parola data è innocente e fragile.
La miseria del teatro che come la pesca è fame, libertà e vita:così come mi diceva rispetto alla vita di mare, un mio coetaneo “coffaiolo” Francesco Monti.
Ebbene sì troviamo la solitudine e la miseria di un drammaturgo i cui versi sono zavorrati dai conti e incaprettati dai debiti di un teatro sempre più prigione; la miseria e solitudine di un prete che si spoglia e compie per amore prima di Dio, poi della sua amata, il più scellerato dei voti; la solitudine e la miseria, condita di saggezza, dei beoni d’osteria e ludopatici votati alla fuggevolezza del tempo da rivivere attraverso la visione deforme e presente di un bicchiere; l’allegra miseria di un ladro per necessità che nel delirio della morte s’immagina un Paradiso meno sacro, più umano verso chi non ha voce; lo strazio del fallimento di un artista del cartellone di strada, che come un attore ammutolito dalla pandemia, dopo una guerra infame perde la fama ed il senso del suo ruolo sociale e teatrale; la miseria di un teatrante di provincia che si chiede in scena e chiede ai suoi predecessori che senso abbia ancora scrivere per la scena.
In questa pinacoteca di ritratti in suoni e parole in versi, la drammaturgia dei frammenti stessi e del racconto, se di drammaturgia possiamo parlare, mi ha fatto soffermare tra le tante liriche, su tre cantiche più lunghe. Poiché tre anime del Purgatorio vere e proprie che espiano in terra la loro vita disperata: Padre Cicogna, De Pretore Vincenzo, Baccalà. Tre storie diverse segnate, però, da un comune destino di agonia febbrile e disperazione in una Napoli universo lungo la miseria di un Purgatorio vivo in terra; dove ogni colore, ogni guizzo di gioia, immediatamente dall’altro lato svela improvvisamente un fondale nero. La morte che cammina sempre al fianco, dell’umanità più viva del mondo. Il buio della pagina bianca. Quel buio però, dove la piccola candela della poesia, a volte, anche sulla scena nuda e scarna, può fare luce immensa.
Da quel momento del debutto è scattata una magia: quel silenzio che ti elegge alla parola; quel silenzio lungo che deflagrò nell’applauso finale scrosciante, mi portò ad una convinzione. Ovvero che non poteva essere un evento unico, appartato e per pochi, ma andava replicato. Seppur in situazioni di senso e di contesto. Un momento intimo anche concesso, soprattutto ad una dimensione più privata e raccolta come quella del meraviglioso scrigno del Piccolo Bellini, anch’esso un tempo navata di una chiesa, ora teatro e sede della Bellini Teatri Factory che ho ricevuto l’onore di dirigere due anni or sono.
NOTE SUL CULTO
Vive ancora lì, un culto, forse unico in tutta Europa ancora in parte praticato: l’antico culto delle anime del Purgatorio
Questa pratica custodita da secoli nell’Ipogeo della seicentesca Chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco, sorse spontaneamente, agli inizi del 1600, quando la nuova chiesa controriformata, propose la cura delle anime dei defunti, come una delle principali pratiche religiose per stabilire, attraverso preghiere e messe in suffragio, un legame liturgico tra vivi e trapassati.
Il culto delle anime era stato ampiamente sostenuto dalla chiesa. I vivi, come mezzo per espiare i peccati terreni, si preoccupavano di favorire l’ascesa delle anime in Paradiso e di assicurare loro il refrigerio dalle fiamme del Purgatorio durante il periodo di tribolazione.
Ma a Napoli la relazione diretta con l’anima va oltre, scavalca il limite del tempo della vita e penetra in quello che oltrepassa la vita, attraverso rituali dove la pietas popolare mostra tutta le sue più profonde sfaccettature. Caso felicemente infelice, che acuì il parossismo già latente di tale prassi, fu la peste bubbonica del 1656, che dimezzò completamente la popolazione partenopea con un’infinità di salme senza degna sepoltura, molte di queste date alle fiamme, ma altre ammassate nelle fosse comuni, spesso sottostanti agli ipogei delle diverse chiese del purgatorio.
I morti erano troppi, quindi i famosi schiattamorti (becchini dell’epoca così definiti poiché pestavano nel vero senso del termine le salme onde far fluire gli umori al fine di favorirne l’essiccamento) chiesero alle persone comuni di aiutarli in questa, macabra pratica.
I napoletani, che come sempre oso definire un popolo così vitale, poiché abituato a camminare con la morte sempre accanto, accettarono di buon grado, ma instaurando quasi un rapporto diretto e vivo con la salma, che veniva per l’appunto adottata.
Nei decenni le anime anonime, senza degna sepoltura, quelle abbandonate e senza nome, quelle i cui corpi, che non avevano beneficiato dei riti di compianto, venivano sepolti nelle fosse comuni divennero subito oggetto di culto. Il rapporto si stabilisce attraverso l’adozione di un teschio, che secondo la tradizione è sede dell’anima, che viene scelto, curato, accudito e ospitato da allora in poi in apposite nicchie. L’anima pezzentella (dal latino petere: chiedere per ottenere), anima anonima o abbandonata, invoca il refrisco, l’alleviamento della pena, e colui che l’ha adottata, la persona in vita, a lei chiede grazia e assistenza. Do ut desse.
Da un tempo senza tempo la pietà popolare si prende cura di crani senza nome identificandoli con le anime del Purgatorio, anime il cui abbandono continuerebbe anche nell’altra vita se non fosse per le cure pietose dei devoti. Nell’ipogeo del Complesso del Purgatorio ad Arco, scarabattoli, nicchie, piccoli altarini, raccontano una storia antica, dove si mescolano fede, preghiere e speranze. Lumini, fiori, rosari, piccoli oggetti, messaggi scritti e riposti tra le pieghe dei cuscini dove riposano i teschi, testimoniano la cura, l’amore e la fiducia riposta in queste anime antiche; tra queste, quella di Lucia, è l’anima più amata. Il teschio col velo da sposa, ornato di una preziosa corona, è custodito accanto ad una coppia di teschi che, nell’immaginario popolare, rappresentano i servitori della giovane, una principessa morta giovanissima subito dopo le nozze. A quest’anima la tradizione popolare ha dedicato un complesso altarino eleggendola protettrice delle spose e mediatrice per preghiere e invocazioni.

