Arte in Vetrina Il Bellini si mette in mostra
Per l’ottava messa in scena di Platea – progetto espositivo in collaborazione tra il Teatro Bellini e l’Andrea Nuovo Home Gallery per la stagione 2026/27 – sarà in mostra l’artista Zoë Pelikan (Vienna, 1996). La sua ricerca è caratterizzata dalla ricerca accurata di materiali sia quelli associati ad antiche tradizioni ma anche quelli che incarnano le problematiche contemporanee. Nei suoi lavori si evince uno sguardo empatico e un’analisi critica quasi fenomenologica che punta a risvegliare la sensibilità altrui, dove l’attenzione si pone sulle dinamiche e pulsioni che guidano gli interventi dell’uomo, la manipolazione e la costrizione che esercita sulla natura e gli effetti, a volte devastanti, che possono derivarne. Con un linguaggio decisamente lontano dalle pratiche abituali, l’artista, evita deliberatamente la raffigurazione classica per costruire una dimensione sensoriale, uno spazio di riflessione e di trasversalità. Nelle sue istallazioni si evince una costante esplorazione del perenne stato di precarietà e squilibrio con il quale l’essere umano deve fare i conti per poter uscire dall’apatia e dall’indifferenza, per accettare l’impermanenza delle cose e convivere più consapevolmente con il creato.
Concrete Longings è il titolo del progetto che ospita la vetrina del Bellini. Un gioco di parole che racchiude sia l’aspetto formale sia il concetto dell’opera installativa dove perle coltivate sono inserite delicatamente in frammenti di cemento ricuperato dell’edilizia abbandonata che vengono accolti e custoditi da tessuti di seta che richiamano il mare, il tramonto e la natura, delicati ed effimeri, ed infine, ad unirli, una rete di ferro ossidato che funge da tremante impalcatura alla composizione. Pelikan parte dall’utilizzo di un piccolo e prezioso oggetto (le perle) passando per i tessuti di seta fino pezzi di macerie delle grandi e mostruose costruzioni che violentano il paesaggio naturale. Sono tutti materiali apparentemente impossibili da abbinare, tuttavia, è nel loro legame con la sofferenza che gli ha dato vita e, con l’intervento presuntuoso, avido e brutale dell’uomo, che si trova ciò che li accumuna. La perla – simbolo di ricchezza, lusso e prestigio – non è altro che il risultato di un meccanismo di autodifesa del mollusco di fronte ad un elemento estraneo, la sua origine è legata dunque ad un riflesso dettato dalla pura necessità di sopravvivenza oppure è il prodotto dell’intervento dell’uomo che costringe la natura a produrre ciò che desidera (nei lavori in mostra, le perle sono coltivate). Così come accade con la seta, dove il processo tradizionale di produzione prevede l’annientamento del baco pur di fermare la sua trasformazione e mantenere il filo di seta integro, dunque, tessibile e pregiato. Allo stesso tempo, i materiali edilizi, in particolare, quelli che provengono in questo caso – dalla zona del Gargano – sono la raffigurazione di ciò che l’ambizione sfrenata e il desiderio di prosperità hanno lasciato nel paesaggio selvatico di costa. I pezzi utilizzati dall’artista sono detriti di costruzioni, testimoni di centinaia di opere pubbliche e private che resistono nei luoghi in cui non avrebbero mai dovuto sorgere. Eretti con l’obiettivo di renderli delle vere fonti di ricchezza e benessere sono rimasti semplici corpi irritanti, intrusi che, deturpano il tessuto del territorio come delle cicatrici profonde che disegnano una geografia incompiuta invitando a riconoscere un difetto che appartiene intimamente all’uomo, cioè, il bisogno quasi inevitabile di immaginare, costruire, desiderare qualcosa di più grande, anche quando non si è davvero capace di sostenerlo. Manipolazione e l’artificialità sono diventati ormai un linguaggio coerente e normale, un sistema nel quale l’uomo non è in grado di offrire rimedio e cura ai suoi irragionevoli gesti. Pelikan propone un lavoro (Belvedere IX) che mette in evidenza le spaccature di un sistema nel quale l’individuo incide senza considerare i limiti e le conseguenze, piegando la natura ai propri bisogni fa emergere un forte senso di brutalità e di vuoto, ma allo stesso tempo, il lavoro offre una rilettura di questa parabola, accostando materiali pregiati a materiali comuni e di recupero costituisce una via per lenire le ferite rese produttive trovando una nuova logica attraverso ciò che li lega: una storia di appropriazione, desiderio e sfruttamento che potrebbe essere riscritta o ridisegnata nel paesaggio.

