Dal 03 febbraio 2027 Al 07 febbraio 2027

Bahamuth

di Flavia Mastrella e Antonio Rezza  
Calendario
  • Crediti:

    BAHAMUTH
    liberamente associato al Manuale di zoologia fantastica di J.L. Borges e M. Guerrero
    di Flavia Mastrella, Antonio Rezza

    con Antonio Rezza
    e con Manolo Muoio e Neilson Bispo Dos Santos

    habitat Flavia Mastrella
    (mai) scritto da Antonio Rezza
    assistente alla creazione Massimo Camilli
    light designer Alice Mollica
    macchinista Eughenij Razzeca
    organizzazione generale Stefania Saltarelli
    foto Flavia Mastrella, Annalisa Gonnella, Giulio Mazzi
    ufficio stampa Artinconnessione
    organizzazione e comunicazione This is Acqua

    produzione La Fabbrica dell’Attore - Teatro Vascello - Rezza Mastrella

  • Durata Spettacolo: 85 minuti

Un uomo steso fa le veci del tiranno. E cede il passo all’atleta di Dio che volteggia sulle  sbarre con le braccia della disperazione. E poi un nano, più basso delle sue ambizioni,  che usa lo scuro per fare, e la luce per dire. Frattanto qualcuno cade dall’alto e si infila  i piedi nella gola. E quindi la realtà figurata delle vittime del povero consumo, connotate da assenza di astrazione, con il padrone unto dall’autorità del denaro.  Ma si affaccia Bahamuth, l’essere supremo, che dopo breve apparizione si sottrae al  tempo e al giudizio. Mentre la merce si mescola a corpi fatti a pezzi.  Pezzi di uomo ancora da nascere ma già immolati alla meschinità costituita.  E viaggiatori dell’anima con il corpo stanco, alloggiati come bestie a copulare nel  grande albergo della carne mozza. Intanto le sfilate della vanità su corpi zoppi e  deceduti. E un amico che parla senza voce e sente senza orecchie. Ma il senso della  vita si incontra solo all’infinito dove l’uomo fa la fine del capretto da sgozzare. Brufoli e  depressioni tristemente accomunati con le bibite a ghiacciare le parole nella gola. Ma  la corsa al vestire il corpo nudo e verme non da tregua all’uomo pellegrino, mentre le  braccia del padrone, camuffate da proletariato, saltano al ritmo di una danza di classe.  E l’orologio segna sempre l’ora in cui un passerotto castrato, si affaccia e grida la sua  costernazione sotto forma di cucù, per poi rientrare diligente nella trappola del tempo.  Editti a favore di chi non ha. Urla squassanti di chi non è.
Urla come indiani, urla che non vengono capite perché non le si vuol capire.  Ma come Bahamuth sostiene il mondo, così le immagini si sovrappongono.  E il gran finale, con i personaggi a fare la figura degli sguatteri mentre l’autore che li  muove è il gerarca dalla lingua biforcuta.
L’autore è il male dell’opera.

Dal giocattolo a Bahamuth
In una scatola appena accennata, un uomo trascorre l’agonia che lo porterà a una  nuova vita fatta di rigurgiti tribali e storie passate, inquinate da problematiche  contemporanee.
Il lavoro di ideazione dello spazio scenico è durato due anni. Ho concepito la scatola e  gli altri elementi scultorei per l’allestimento scenico di Bahamuth pensando a un grande  giocattolo, sviluppando l’idea delle sculture in tasca* (una ricerca di microscultura che  porto avanti dal 2004). L’allestimento scenico è composto da pochi elementi – L’abito  rosa, in stoffa e metallo, spersonalizza la materia uomo, dando vita a un personaggio  antropomorfo che si muove sul palcoscenico col carisma di un essere mitologico incline  a problematiche conservatrici. Il volo è un elemento simile a un ventaglio ingigantito,  azzurro e arancio di stoffa e legno: la scultura non riesce a decollare per motivi di  spazio e diventa componente estetica, emblema della potenzialità ignorata…. I quadri  di scena mutanti frammentano il corpo recitante che si moltiplica col movimento e  racconta di un sé contaminato, reattivo fino allo sfinimento. Gli oggetti sono ridotti al  minimo…Bahamuth vive di atmosfere e non considera gli orpelli che umanizzano la  situazione giocattolo, e dirigono la percezione alla facile comprensione. La scatola,  giocattolo di metallo, legno, stoffa verde e aria, determina un vincolo formale e  provoca un’urbanizzazione dello spazio composto di piani d’aria, definiti da rette quasi  mai parallele. Il giallo fluorescente delle aste, le dimensioni spropositate, i rapporti di  equilibrio distorti, danno all’uomo d’oro, che vive l’ambiente, la possibilità di sfinirsi  nell’immobilità e in seguito di estendersi e saltare affiancato dai due ragazzi blu, intesi  come elementi dinamici.
I due giovani mettono in moto le possibilità meccaniche della struttura, ruotano le ali  leggere e svolazzanti che chiudono la scatola e si mostrano indaffarati intorno al  fardello uomo, entrano in scena frantumando la solitudine del protagonista e la staticità  della scultura. La scatola, elemento filiforme dall’equilibrio bizzarro, possiede solo  l’illusione della chiusura, è vibrante nello spazio e soprattutto è dipendente alle  sollecitazioni dell’umano.
Antonio è partito dall’immobilità di un uomo steso. La storia dello spettacolo è nel ritmo:  i passi, le frasi, I frammenti narrati, sono tenuti assieme dal corpo – parola. Il susseguirsi  delle vicende è una costruzione creata con le regole del montaggio cinematografico;  Bahamuth si svolge in uno spazio esterno – interno che logora la percezione del tempo  e lo reimposta. La sequenza drammaturgica è costruita mettendo in relazione i  frammenti di storie con i movimenti e con i ritmi sonori della parola recitata in corsa. La  triade parola – corpo – spazio si manifesta in forma biforcuta, a tratti sintetica e  metaforica e in altri momenti estremamente rappresentativa. La successione degli eventi  nell’ambiente giocattolo, devia la percezione del reale dall’immagine persuasiva. 

TEATRO LEGGERO
L’allestimento scenico di Bahamuth è veloce da montare come Pitecus, Io e Fotofinish.  La stoffa e il metallo sono le materie che rispondono meglio alle mie esigenze di  leggerezza. In Bahamuth ho inserito anche degli elementi di legno per rafforzare la  stabilità della scatola. Questa innovazione nella materia mi ha molto divertito ed era  necessaria affinché venisse fuori la forma del giocattolo con tutto il suo sapore.  La struttura mangia spazio e l’allestimento dell’ambiente che accoglie la  rappresentazione, sono per me due opportunità scoperte nel 2003 con la nascita dello  spettacolo Fotofinish. Bahamuth mi ha permesso di sviluppare queste due intuizioni, ma  mentre prima parlavo di estensione lineare ora affronto la capacità spaziale del singolo  elemento scultoreo.
Flavia Mastrella

COME UN CORPO PENSAVO
In quanto carne pensavo di conoscermi.
E invece mi sorprendo di come, ancora una volta, la mente mandi il corpo a soffrire per  poi rintanarsi nella facilità del pensare.
Mi muovo da molto con le membra a sfiancare e quindi dovrei aver compreso l’indole  del patimento. Ma nel caso di Bahamuth ho scoperto che gli organi interni hanno una  coscienza viva se sottoposti a un’andatura sussultoria e verticale. Nelle opere  precedenti il mio incedere è stato lento nella sua difficile armonia e poi veloce nel  pendolare circolare e incessante. Ma ciò che incessa quasi mai decessa e cioè,  qualunque carne con le ossa attaccate si abitua se ben addestrata.  E quindi, dopo Fotofinish ero certo che il massimo del movimento fosse stato raggiunto.  Creare un qualcosa di più faticoso era arduo e poco intelligente. Ma nella scatola le  corse laterali me le son proibite dall’inizio. L’allestimento di Flavia Mastrella ha  suggerito soluzioni azzardate. E ho cominciato a fare del mio corpo un assoluto  verticale, con salti da fermo e in progressione che danno il ritmo alle interiora.  E ciò lo percepisco mentre mi esibisco. Sento il cuore affaticarsi e la milza intenerirsi,  sento lo stomaco in subbuglio, per nulla offeso da un compito non suo.  Insomma avverto un corpo diverso, sottoposto alla trazione verticale che ne esalta  l’allungarsi non della vita ma almeno delle membra tutte. E mi sorprendo ancora di  come, mentre la pelle se ne va a finire, la mente la costringa a spasmi insperati e  vigorosi. E per questo il pensiero è inferiore.
COME URLA SENTIVO
L’ inserimento delle urla come suono costituisce il nuovo orecchio di uno spettacolo fatto  per i soli occhi. Privilegio di chi vede è il non capire ciò che un altro fa. Le parole  aiutano la miseria della media comprensione. Le urla fanno la musica senza le mani. La  gola non si suona con le dita a meno che non ci si voglia soffocare. E nessun urlo può  essere raggiunto dalle mani, tirato fuori e mostrato a chi ci guarda.  Insomma con le urla ci si accorcia il patibolo. Ma questo sembra un atteggiamento  pessimista di chi non ama la vita a sufficienza. E invece no, io amo fare quello che non  si può comprendere. In questa opera ultima le urla unificano le parole intere: le urla  sono fatte solo di vocali allungate che cingono la preda del concetto e la mandano a  morire nella testa di chi ignaro si attarda a capire.
Io sono il mio tamburo e mi suono al ritmo mio.
Antonio Rezza

 

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