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Crediti:
CONFUSIONI
di Alan Ayckbourn
traduzione di Masolino D’Amicoregia Peppe Miale
con Massimo de Matteo e Angela de Matteo, Luciano Giugliano, Stefania Remino
al piano Mariano Bellopede
e con la partecipazione di Ernesto Lamacostumi Chiara Aversano
scene Marianna Antonelli
musiche Mariano Bellopede
disegno luci Salvatore Palladino, Gianni Caccia
assistente alla regia Giuseppe D’Alessandro
assistente costumi Giorgio Milano
assistente scenografo Arianna Sicaproduzione Nouveau Théâtre de Poche
È una commedia composta da 5 brevi atti unici, molto eterogenei come tono, ma collegati da personaggi curiosamente ricorrenti i quali ripropongono, in modo paradossale e quasi grottesco, alcuni dei temi piu’ attuali nella vita contemporanea.
In “figura materna” (teatro dell’assurdo) una donna intrappolata nel suo ruolo di madre, non vede intorno a se’ che bambini, continuando a trattare tutti come tali. Nella situazione “Al bar” (impianto realistico) il marito di costei, in viaggio per lavoro, tenta, in una crescente euforia alcolica, di sedurre la refrattaria ragazza incontrata in un bar di provincia. Nella terza piece (teatro sperimentale) il pubblico segue un discorso a brandelli, con le orecchie di un cameriere che assiste impassibile ad una duplice, aspra lite coniugale. In “La festa di Gosforth” (farsa) una festa di campagna va verso il disastro, nonostante il tentativo di puntellarla da parte del suo maniaco organizzatore. Nel finale, “Due chiacchiere al parco” (beckettiano) 5 solitudini tentano di confrontarsi, ma davanti all’egocentrismo di ciascuna, rimangono tali.
Un egocentrismo che nella lettura registica dello messinscena si riverbera costantemente in una totale incapacità di ascolto, dando vita ad una ipoacusia che affligge tutti i protagonisti della vicenda.
NOTE DI REGIA
Curioso sovrapporsi di immagini e parole fanno di “CONFUSIONI” un gioco teatrale che permette agli interpreti di sperimentare comicamente fino in fondo e poi di nuovo ancora l’arte attoriale. Luoghi diversi dove le persone colloquiano logorroicamente senza mai dialogare davvero. L’ascolto dell’altro non è mai bandito, ma sempre strumentale al perseguimento del proprio fine. Un fine che non si rivela mai tanto alto e prezioso da giustificare l’elusione continua della verità. Tant’è che viene sempre da chiedersi perché la limpidezza non la faccia da padrona nei rapporti costituitisi.
Eppure nei cinque quadri scenici strutturalmente proposti, si gioca costantemente su declinazioni diverse dalla verità: la vicina di casa ed il marito non rimproverano alla “Figura materna” il suo comportamento maternamente parossistico, ma anzi diventano essi stessi bambini. Harry, marito scontento in trasferta di lavoro, corteggia goffamente “Al bar”, laddove una immediata rivelazione delle sue intenzioni avrebbe avuto forse un successo immediato sulle due svagate e annoiate stagiste; due coppie di coniugi battibeccano furiosamente ad un ristorante, “Tra un boccone e l’altro”, incuranti di un imperturbabile maitre ed ancor di più dell’inutilità dell’essere altrove dalle proprie case; tutti i protagonisti della “Festa di Gosforth” continuano a dibattersi per la buona riuscita di un evento che sembra fondamentale per la loro vita mentre gli accadimenti farseschi lo rendono invece progressivamente secondario, e poi insignificante, e poi ancora meno……
La verità fa capolino ed esplode poi fragorosa quando i protagonisti, scambiandosi, come da titolo del quadro finale, “Due chiacchiere al parco”, parlano con sincerità, ma nessuno, anche ora, ascolta l’altro. Forse perché è ormai troppo tardi e sullo spettacolo (o sulla vita?) cala la tela. Peccato per la vita. Sarebbe stato sufficiente sentire e guardare per riconoscersi. Meglio per il teatro. Capire quasi mai fa rima con ridere.
Peppe Miale
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