Dal 20 ottobre Al 25 ottobre

Diario sentimentale di una donna libera. Ornella Vanoni Le Parole, la musica

regia Gabriele Russo, con PACIFICO
Calendario
  • Crediti:

    DIARIO SENTIMENTALE DI UNA DONNA LIBERA
    Ornella Vanoni Le Parole, la musica 

    regia Gabriele Russo

    con PACIFICO
    voce Simona Boo - pianoforte Alessandro Gwis

    coordinamento artistico Gianmarco D'Alessandro

    produzione Savà Produzioni Creative, Fondazione Teatro di Napoli - Teatro Bellini

Il ritratto di una donna fuori dal comune, Ornella Vanoni. Che ha attraversato la vita senza cautele, senza mai arretrare: tra un passo indietro e un salto nel vuoto, ha sempre deciso di saltare.
Pacifico ha avuto il privilegio di frequentarla negli ultimi anni. Ha scritto per lei canzoni, ha raccolto i suoi ricordi in una fortunata biografia, Vincente o perdente. L’ha ritrovata come si aspettava, intelligente, imprevedibile, con tutti quei caratteri unici che ce l’hanno resa cara, e indimenticabile.

L’umorismo, chirurgico, irriducibile, come arma di difesa contro la ferocia e l’imprevedibilità della vita.
Lo spirito anarchico, impetuoso, non addomesticabile. Che negli ultimi anni aveva intelligentemente convertito in sorniona impertinenza. La fragilità, ben nascosta dietro il dono del talento, gli abiti sfolgoranti, la professionalità ineccepibile. “Ho tatuata addosso la S di solitudine”, così diceva.

Da qui il bisogno permanente di compagnia, le telefonate notturne, gli abbracci prolungati con cui pareva non volerti lasciare andare. I suoi successi sono sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti. Ma Pacifico ci restituisce l’Ornella più emozionante e divertente, quella che ci apre le porte di casa. La sua bella casa dove si ritrova con i suoi ricordi, quelli cari da convocare, quelli amari da fuggire. Dove si dichiara golosa, dispettosa, leggera e smemorata ma solo per strategia, per tenere a bada la malinconia. Combattiva e indifesa, le sue paure identiche alle nostre.
E alla fine di questo racconto – fatto di parole ma anche, inevitabilmente, di canzoni – ci rendiamo conto di quanto la vita di questi artisti, grandi e irripetibili, sia intrecciata alle nostre vite, di quanta strada abbiamo fatto assieme.

PACIFICO
Pacifico, nome d’arte di Luigi de Crescenzo, è cantautore e autore tra i più stimati del panorama italiano.
Come autore, ha collaborato con i più grandi artisti italiani. Morricone, Nannini, Bersani, Ramazzotti, Zucchero, Giorgia, Bocelli, Malika Ayane, Gabbani, Morandi, per citarne alcuni.

Ha pubblicato sei album a suo nome. Il suo primo disco, Pacifico, ha ricevuto la Targa Tenco per l’opera prima. Assieme a Samuele Bersani ha scritto Le storie che non conosci, premio Tenco Canzone dell’anno, nel 2015. Ha partecipato due volte come interprete al Festival di Sanremo. Nel 2018 con Ornella Vanoni e Bungaro, e nel 2004, anno in cui ha vinto il premio della critica.

Per il cinema ha collaborato con Gabriele Muccino (Ricordati di me), Neri Marcorè (Zamora), Roberta Torre (Sud Side Story), Michela Andreozzi (Genitori Vs Influencers).

A teatro, ha scritto e portato in scena un monologo, Boxe a Milano.

Ha scritto due romanzi, Ti ho dato un bacio mentre dormivi, e Io e la mia famiglia di barbari, editi da La Nave di Teseo. Per la stessa casa editrice è autore del diario sentimentale/ biografico di Ornella Vanoni, Vincente o Perdente, scritto a quattro mani con la leggendaria artista.

IN PUNTA DI PIEDI
Di Gabriele Russo

Entrare in Diario sentimentale di una donna libera ha significato per me, prima di tutto, trovare la giusta distanza. Gino Pacifico è stato accanto a Ornella Vanoni per anni, raccogliendone parole, pensieri, ricordi, confidenze. Io appartengo a un’altra generazione e non possiedo quella prossimità: per lui è Ornella, per me è Ornella Vanoni. Ho sentito quindi la necessità di entrare in questa storia in punta di piedi, senza cercare di appropriarmi di un’intimità che non mi appartiene.
Da qui nasce l’idea registica: costruire non tanto uno spettacolo su Ornella Vanoni, quanto un’atmosfera capace di vivificarne il ricordo. Una presenza che appartiene alla memoria e alle orecchie di tutti e che, attraverso il racconto, torna progressivamente a essere persona: amatissima, piena di vita e di entusiasmo, sensuale, ironica, intelligente, ma attraversata anche da ombre, fragilità e dolori.
In scena Pacifico non interpreta un personaggio. È un testimone. Ciò che mi ha colpito fin dal nostro primo incontro è stata la sua attenzione a non abusare mai della storia che possiede e conosce, a non crogiolarsi nel privilegio di quella vicinanza. La sua presenza nasce invece dal desiderio di farsi tramite, di consegnare al pubblico qualcosa di intimo senza violarlo. Questo pudore è diventato per me un principio della regia.
Il rapporto tra Pacifico e Simona Boo è costruito innanzitutto attraverso il suono. Le parole di Pacifico non hanno la struttura della semplice prosa: possiedono un ritmo interno, quasi poetico, che permette loro di entrare naturalmente in relazione con la musica e con le parole delle canzoni.
Abbiamo però scelto di mantenere due territori sonori distinti. Il racconto di Pacifico è accompagnato, in alcuni momenti, da musiche originali di natura elettronica. Scegliamo volutamente di non utilizzare le musiche di Vanoni come commento alle sue parole, perché il ricordo non si trasformi mai in illustrazione o nostalgia.
A questa dimensione sonora fanno da contrappunto il pianoforte, suonato dal vivo dal maestro Carlo Gaudiello, e la voce intensa e personale di Simona Boo, il cui temperamento interpretativo permette di attraversare il repertorio di Vanoni senza mai cedere alla tentazione dell’imitazione. È attraverso di loro che quelle canzoni riaffiorano nello spazio scenico non come citazione o riproduzione di un modello, ma come materia viva, attraversata da una sensibilità nuova.
Le canzoni vengono così evocate, mai imitate, e diventano il luogo in cui il racconto di Pacifico può trasformarsi, quasi impercettibilmente, in memoria emotiva. Parola e canto si cercano, si interrompono, si prolungano reciprocamente. Il passaggio dall’uno all’altro deve avvenire quasi senza essere percepito, come accade con i ricordi, quando un racconto richiama improvvisamente una voce, una melodia, una sensazione.



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