FAME è il titolo della mostra di Alessandra Franco che apre questa nuova stagione del progetto Platea, il concetto nasce dal gioco di parole e significati che rimandano alla fame, la voracità, il desiderio irrazionale e inarrestabile di saziare non un bisogno fisiologico ma di pretese artefatte. 

L’intervento dell’artista si articola principalmente su due livelli: la copertina realizzata per il giornale the Belliner e, i lavori esposti in vetrina che, compongono una sorta di trittico con le opere “I Want To Be A Star”, “Cult of Celebrity” e “Deep Desire” una traduzione in chiave pittorica delle suggestioni del palcoscenico. Le opere dunque sono realizzate in stretta connessione con lo spettacolo “Desert Films” di James Franco, una performance teatrale che fonde linguaggio cinematografico e azione drammatica per esplorare i meccanismi morbosi della celebrità, la natura del desiderio di gloria e l’alto prezzo che l’artista è chiamato a pagare. La narrazione si ispira al personaggio di Robert Blake nel film Highway. La storia si sviluppa attorno a un giovane attore che viene rapito e legato. Davanti a lui si materializza una figura ambigua e misteriosa che recita un monologo inquietante, affrontando le trappole, l’ossessione e la seduzione dell’essere una celebrità. 

Le opere in vetrina: l’etichetta Vintage e il Sacro Napoletano 

L’impianto figurativo principale delle opere si sviluppa attraverso il linguaggio visivo di un’etichetta vintage da barattolo o scatola d’epoca che racchiude frammenti di un immaginario napoletano trasfigurato, evoluto. In “I Want To Be A Star” quattro scene si svolgono simultaneamente: quasi al centro, illuminati da un riflettore teatrale una colonna classicheggiante su piedistallo e una sedia vuota poggiano su un pavimento a scacchiera rosso e bianco, suggerendo un’attesa enigmatica, un tempo sospeso e un indecifrabile gioco psicologico in corso è di fatto il luogo della messa in scena, un protagonista assente che è insieme idolo e vittima.

Sopra, sull’angolo sinistro, un’edicola votiva (la Madonna col bambino) sono personaggi senza volti quale approdo incompiuto di speranza e di preghiera universale dove i propri desideri vengono rivelati e forse, esauditi, simbolo di culto religioso radicato nel popolo. Sulla destra, uno scorcio del Vesuvio in eruzione a rappresentare il pericolo latente, il calore distruttivo della fama e il legame con la terra e la città. Un elemento chiave della composizione è il medaglione in basso a destra, dove vi è raffigurata una testa mozzata e insaccata su cui è impressa a grandi lettere la parola FAME, truccata e dipinta come un clown disturbante, una figura agghiacciante della psiche e delle paure che si ispira direttamente al cinema di David Lynch (in particolare alla figura dell’Uomo Misterioso di Lost Highway / Robert Blake). Potrebbe essere la testa del protagonista ossessionato che appare al tempo stesso come un trofeo di scena, un sacchetto dimenticato o una maschera grottesca.

Il quadro diventa un contenitore promozionale d’altri tempi, un packaging d’illustrazione che racconta alcuni passaggi dell’ossessione per la visibilità e per il riconoscimento, in poche parole per la Fama, una corsa delirante che svuota l’identità delle persone, lasciando al loro posto soltanto involucri e maschere offerte al voyeurismo dello spettatore. 

Teatri delle città di rilevante interesse culturale

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