di Elena Brugo
Storia del Teatro moderno e contemporaneo
Prof. Lorenzo Mango
Università L'Orientale di Napoli
Finale di partita è forse tra le più celebri opere di Samuel Beckett, il Teatro Bellini fornisce una messinscena dell’opera fedele al testo, apportando piccole modifiche, capaci di restituirne l’essenza. La regia di Gabriele Russo costruisce un impianto che privilegia l’essenzialità, ma non la semplicità: ogni gesto, ogni pausa, ogni spostamento sembra calcolato con la precisione di un meccanismo interno, come se l’intero spettacolo fosse una macchina scenica che continua a muoversi, consapevole di essere destinata a consumarsi.
L’impostazione registica insiste sul rapporto tra immobilità e micro-movimento: tutti i personaggi, sono bloccati in quello che nella messa in scena è un salone domestico in cui il servo Clov e il vecchio padrone cieco Hamm si muovono costantemente; la ripetitività dei movimenti, come il continuo sporgersi dalla finestra del servo per guardare l’esterno, o i continui giri di Hamm in sedia a rotelle, ci aiutano a capire l’esistenza statica e monotona di questi individui; sembrano sospesi in un habitat che li contiene e li determina. La scena, volutamente spoglia, non è un semplice contenitore, ma è un’estensione psicologica dei protagonisti. Il colore dominante è un grigio quasi industriale che suggerisce una condizione limite. Le luci definiscono in modo decisivo l’atmosfera: le improvvise zone d’ombra sembrano inghiottire lo spazio, e un uso del buio come vero linguaggio drammaturgico.
Gli attori sulla scena mostrano un controllo notevole del ritmo e del lavoro vocale, che risulta essere uno degli aspetti più riusciti: timbri, sospiri, pause, diventano strumenti espressivi che sostituiscono l’azione, creando un dialogo continuo tra ciò che viene detto e ciò che resta implicito. Il protagonista imposta la sua interpretazione su un equilibrio delicatissimo tra autorità e fragilità, mentre il partner scenico offre una presenza dinamica, quasi nervosa, che contrasta e completa la staticità apparente dell’altro. Il rapporto tra i due è rappresentato al massimo della dipendenza reciproca, e allo stesso tempo in costante conflitto, con Clov che cerca sempre di andarsene e Hamm che cerca di impedirglielo, in attesa di una fine che sembra non arrivare.
È interessante anche il modo in cui la regia affronta i personaggi secondari, ovvero Nagg e Nell: la loro presenza -ridotta allo spazio minuscolo di una vasca da bagno nello spettacolo – (e in due bidoni della spazzatura nell’opera) risulta racchiusa in contenitori che ne limitano il corpo; non è mai trattata come mero espediente scenico, ma come metafora visiva che amplifica il tema dell’impossibilità di uscire da sé stessi. Le loro brevi apparizioni si caricano di un valore simbolico che rinforza l’architettura emotiva dell’intero spettacolo.
Il finale, pur senza rivelare sviluppi, rappresenta il punto in cui la regia concentra con più decisione la sua visione. L’allungarsi dei silenzi, la luce che si riduce: tutto concorre a costruire una chiusura che non è una soluzione narrativa, bensì una condensazione del senso. È un finale che cerca di inchiodare lo spettatore alla constatazione di un destino che si compie per inerzia. Nel complesso, lo spettacolo riesce a rispettare Beckett senza musealizzarlo, offrendo una lettura asciutta, rigorosa e profondamente contemporanea.

