di Serena Sinigaglia, Regista
The Belliner n.52
Nell’era digitale il corpo rischia di annullarsi.
L’immagine è sempre e solo una proiezione più o meno sfalsata della realtà.
La società contemporanea si fonda sulla continua narrazione del sè. Un sè che si mostra, un sè che si vende, un sè che si frammenta in una moltitudine di inquadrature.
E questo è un guaio. Un guaio serio.
Non voglio fare la bacchettona o la vecchia reazionaria, sicuramente lo sviluppo tecnologico ha portato l’uomo a disporre di mezzi nemmeno immaginabili anche soltanto cinquant’anni fà. Il punto non sta certamente nel vagheggiare un’epoca d’oro, dove ancora si potevano scrivere a mano delle lettere d’amore, dove si usciva per andare ad un appuntamento e se non avevi i gettoni per telefonare dalla cabina, potevi ritrovarti in seria difficoltà. Altri tempi, tempi non così lontani, ma che ora appaiono preistorici. Il problema stà proprio nella percezione di considerare preistoria situazioni diffuse e considerate ordinarie fino a nemmeno vent’anni fà. Il problema sta nella velocità con cui queste scoperte hanno invaso e cambiato radicalmente le nostre esistenze. La velocità con cui abbiamo saputo inventare sistemi sofisticati e tecniche nuovissime senza un tempo adeguato anche semplicemente per conoscerle. Come se le invenzioni procedessero ad un passo a cui non riusciamo a star dietro. L’uomo nel reale è lento e il suo corpo ha dei limiti e dei bisogni che non possono reggere velocità così vertiginose.
E ancora.
I problemi reali dell’essere umano sono millenari e così le ingiustizie che ci portiamo dietro. Nessuna rivoluzione tecnologica ha posto rimedio alla fame nel mondo, alle guerre e alle violenze, alle discriminazioni di ogni genere e forma. E guarda caso, a patirne è sempre il corpo. Il corpo ferito, violato, affamato, assetato, il corpo congelato, bruciato, annientato, venduto per denaro o lussuria. L’era digitale non ha fermato le guerre o le discriminazioni, non ha alleviato il peso delle ingiustizie, non ha portato pace e prosperità. Potremmo anzi dire che questi nuovi strumenti hanno complicato ulteriormente una situazione da tempo assai compromessa.
Lo scollamento tra immagine e realtà ci porta ad una forma tutta nuova di alienazione, una sorta di progressivo oblio della corporeità, della vita e delle esperienze reali. Mentre il corpo si consuma sfibrato da ritmi, spesso autoindotti, performativi, lo spirito (il pieno senso di sè) si scolla, portandoci inevitabilmente a smarrire la misura del nostro esistere. E tutto questo ci espone alla continua malia di aspirazioni tanto fasulle quanto seducenti: l’eterna giovinezza, l’ebete felicità (che sempre appare sui social), la popolarità (un click basta per fare qualcosa che necessiterebbe di anni per essere reale), la bellezza, la perfezione e potremmo andare avanti nell’elenco dei simulacri fallaci che siamo spinti, con una certa correità, ad adorare, a desiderare, a volere.
Se a tutto questo aggiungiamo che il capitalismo neoliberista ha trionfato a livello globale, capiamo che davvero siamo nei guai.
Ogni gesto che facciamo nel digitale è una transazione economica, ogni foto che scattiamo è nel migliore dei casi marketing, nel peggiore autosfruttamento: diveniamo noi stessi oggetti di consumo tra miliardi di oggetti di consumo che comprano e vendono senza sosta e senza alcuna coscienza. E sempre a ritmi vertiginosi. In questo meccanismo inarrestabile, il corpo della donna, che presenta caratteristiche reali fortemente evidenti, resta stritolato. Da sempre la legge della violenza impone che il più forte vinca sul più debole. La donna non ha i muscoli dell’uomo. Ogni mese sanguina, spesso con dolori che le ricordano quanto conti il corpo. E poi la gravidanza, questo miracolo per alcuni, questo mistero per molti, esperienza totalmente fisica, così concreta da generare nuovi corpi, nuove possibili realtà. Trasformare la donna da soggetto ad oggetto del desiderio significa siglare il totale dominio sui corpi. E far soldi. Tanti soldi. Massima aspirazione per la stragrande maggioranza degli esseri umani. Ma ancora una volta queste sono faccende antiche, che ci affliggono da secoli e che sembriamo incapaci di risolvere o quanto meno affrontare con la giusta risolutezza. Una bimba di 8 anni che tormenta la madre perchè le faccia fare la mastoplastica additiva al seno, non ci appare più come l’invenzione provocatoria di una brillante attrice e drammaturga (Monica Dolan) ma come qualcosa di possibile e forse addirittura probabile. Così come nel testo di un’altra brillante autrice inglese (Lucy Kirkwood) vediamo un gruppo di sole donne, che si trova ad emettere una sentenza ai danni di un’altra donna, faticare e non poco a trovare una strada propria, finendo all’ultimo per cadere nuovamente vittima delle leggi del denaro e del patriarcato. Il Senno di Monica Dolan ed Empireo di Lucy Kirkwood hanno molto in comune, ma questo su tutto: mostrano come sia difficile cambiare lo stato delle cose. E nessuna rivoluzione tecnologica pare faccia la differenza: la storia degli uomini è scritta sul corpo delle donne, ieri come oggi. Ci arrendiamo? Certamente no, mai. Torniamo invece a proteggere con tutto il nostro impegno altre cose, cose come queste: le tanto bistrattate materie umanistiche, il buon vecchio teatro (che è tale solo nel corpo a corpo tra attrici e attori e spettatrici e spettatori e che quindi è una preziosa esperienza ed immersione di realtà), il coraggio di spegnere i device e andare a farsi una birra o una passeggiata, cose così, cose anche piccole, semplici ma incredibilmente reali e concrete. Rallentiamo, torniamo alla realtà, con coraggio, mettendoci tutto il nostro corpo.
Possiamo salvarci ma prima dobbiamo crederci e provarci.

